«Tranquillo, è solo una contrattura.»
Nello spogliatoio ogni dolore muscolare ha tre nomi possibili: contrattura, stiramento, strappo. Sono parole comode, ma dicono poco su cosa è successo davvero al muscolo. A volte dicono il falso: un dolore liquidato come contrattura può nascondere un danno alle fibre. E un rientro deciso a sensazione è la strada più breve verso una ricaduta.
In questa guida trovi come si classificano oggi le lesioni muscolari, perché il riposo assoluto non è la cura e come si decide quando tornare in campo.
Perché contrattura, stiramento e strappo non bastano
Queste parole descrivono una sensazione, non una lesione. Due giocatori con lo stesso «stiramento al polpaccio» possono trovarsi in situazioni molto diverse: uno ha un muscolo affaticato con le fibre integre, l’altro una lesione parziale. Tempi e gestione cambiano completamente.
Per questo la medicina dello sport usa un linguaggio comune: la classificazione di Monaco, nata da una conferenza di consenso internazionale e pubblicata nel 2013 sul British Journal of Sports Medicine.
Prima domanda: c’è stato un colpo?
La classificazione parte da una distinzione semplice.
Lesioni dirette. Sono causate da un trauma esterno: la classica ginocchiata sulla coscia, un calcio, uno scontro di gioco. Comprendono le contusioni e, più raramente, le lacerazioni.
Lesioni indirette. Non c’è nessun impatto. È il gesto stesso a chiedere al muscolo più di quanto possa reggere: uno scatto, un cambio di direzione, un tiro, un allungo. Sono le più frequenti nello sport, e su di loro si concentra il resto della classificazione.
Lesioni indirette: funzionali o strutturali?
Qui sta la distinzione che cambia tutto. Le fibre muscolari sono integre oppure no?
Disturbi funzionali (tipo 1 e 2): il muscolo soffre, le fibre sono integre
Tipo 1, disturbi da sovraccarico. Il muscolo è affaticato, rigido, dolente. Rientrano qui anche i dolori del giorno dopo un allenamento intenso, quelli che in inglese si chiamano DOMS. Non c’è un danno strutturale.
Tipo 2, disturbi neuromuscolari. Il problema riguarda il controllo nervoso del muscolo. Può partire dalla colonna, per esempio da una sofferenza della zona lombare che si riflette sui muscoli della coscia, oppure dal muscolo stesso.
Non sono disturbi da sottovalutare. Un muscolo in sovraccarico che continua a lavorare come se niente fosse è il primo candidato a una lesione vera.
Lesioni strutturali (tipo 3 e 4): c’è un danno alle fibre
Tipo 3, lesione parziale. Si divide in minore (3A), quando interessa una porzione limitata del muscolo, e moderata (3B), quando è più estesa.
Tipo 4, lesione subtotale o completa. Il muscolo è lesionato in gran parte o del tutto, oppure il tendine si è staccato dalla sua inserzione.
Più si sale di tipo, più i tempi di recupero si allungano. Il tipo da solo però non basta a fissare una data: contano la sede, l’estensione, il muscolo coinvolto e quello che il tuo sport chiede a quel muscolo.
| Meccanismo | Tipo | Che cosa significa | Le fibre |
|---|---|---|---|
| Diretta | Lesione diretta | Contusione o lacerazione da trauma esterno | Dipende dal trauma |
| Indiretta, funzionale | Tipo 1 | Sovraccarico, affaticamento, dolori del giorno dopo | Integre |
| Indiretta, funzionale | Tipo 2 | Disturbo neuromuscolare, dalla colonna o dal muscolo | Integre |
| Indiretta, strutturale | Tipo 3 (3A e 3B) | Lesione parziale, minore o moderata | Danno parziale |
| Indiretta, strutturale | Tipo 4 | Lesione subtotale o completa, distacco del tendine | Danno esteso |
Come si capisce che tipo di lesione è
Alcuni segnali orientano. Un dolore improvviso e localizzato durante uno scatto, come una fitta, fa pensare a un danno delle fibre. Un indurimento che cresce poco alla volta, durante o dopo lo sforzo, è più tipico di un disturbo funzionale.
I segnali però non bastano per decidere da soli. Serve una valutazione clinica: come è successo, dove fa male, come risponde il muscolo quando si contrae e quando si allunga. Quando serve, un esame strumentale come l’ecografia o la risonanza completa il quadro.
Nel calcio i muscoli colpiti più spesso sono i flessori della coscia, gli adduttori, il quadricipite e il polpaccio. Ognuno ha tempi e punti critici diversi. Un motivo in più per diffidare del «di solito bastano due settimane».
Perché stare fermi non è la cura
Davanti a una lesione muscolare l’istinto dice una cosa sola: fermati e aspetta. È comprensibile. Ed è spesso il motivo per cui il rientro arriva tardi, o arriva male.
Nei primi giorni il muscolo va protetto. Poi il tessuto ha bisogno di stimoli per ripararsi in modo ordinato: un carico graduale e controllato aiuta le nuove fibre a organizzarsi nella direzione del movimento. Il riposo assoluto prolungato fa perdere forza e lascia un tessuto meno pronto a reggere lo sforzo.
Il principio che seguiamo è semplice: si ferma il gesto che ha causato la lesione, non la persona. Il muscolo lesionato lavora in modo protetto, il resto del corpo continua ad allenarsi.
Il percorso in Clinica Motus, passo per passo
- Diagnosi clinica chiara. Che lesione è, dove si trova, quanto è estesa. Senza questo punto di partenza, tutto il resto è a caso.
- Recupero attivo fin dai primi giorni. Cyclette ed esercizi isometrici sul muscolo lesionato: contrazioni senza movimento, dosate sul dolore. Intanto il resto del corpo continua a lavorare, per non perdere la condizione.
- Test di forza. La valutazione biomeccanica ci dice con i numeri a che punto è davvero il muscolo, confrontandolo con il lato sano. Non a sensazione.
- Carico progressivo. Esercizi via via più complessi e più vicini al gesto sportivo, per ricostruire la forza e la capacità del muscolo di lavorare in allungamento.
- Ritorno in campo. Il return to play non è una data sul calendario: è una serie di test superati. Forza, salto, sprint, cambi di direzione. Si torna a giocare quando i numeri ci sono.
Un caso reale: la prima squadra dell’USD Vanchiglia
Un giocatore della prima squadra dell’USD Vanchiglia, lesione muscolare a metà stagione. Invece del riposo assoluto ha seguito ognuna di queste tappe: inquadramento della lesione, lavoro attivo dai primi giorni, test di forza, carico progressivo, test finali. È tornato in campo quando i test lo hanno indicato, non quando lo diceva il calendario.
Quando farsi valutare
Rivolgiti a un professionista se:
- hai sentito un dolore improvviso durante uno scatto o un cambio di direzione;
- sulla zona compare un livido o un gonfiore;
- fai fatica a contrarre il muscolo o a caricare il peso sulla gamba;
- il dolore non migliora nei giorni successivi, oppure torna sempre nello stesso punto quando riprendi.
Inquadrare subito la lesione serve a recuperare nel modo giusto. E a non perdere settimane per una ricaduta: una recidiva di solito richiede più tempo del primo infortunio.
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Fonte: Mueller-Wohlfahrt H.W. et al., «Terminology and classification of muscle injuries in sport: the Munich consensus statement», British Journal of Sports Medicine, 2013.